La rabbia del paziente incide sulla capacità di mentalizzazione del terapeuta e sulle sue reazioni controtransferali

Dr. Giuseppe D’Agostino

Le reazioni controtransferali del terapeuta all’emozione della rabbia del paziente sono fortemente condizionate, da un lato, dal rapporto tra le sua capacità di mentalizzare e di conservare questa funzione in situazioni stressanti e, dall’altro, dalle caratteristiche della rabbia espressa dal paziente.

Un terapeuta che sa mentalizzare non è un terapeuta che non commette errori, ma è un terapeuta che riesce a comprendere cosa c’è nella mente del paziente, a sviluppare rappresentazioni complesse e articolate della dimensione intersoggettiva e del significato delle dinamiche transferali “proposte” dal paziente.

Il terapeuta mentalizzante sa che lo stile relazionale dei pazienti può dementalizzare la sua mente e che questo non è grave se succede per un tempo funzionale e fisiologico.

Ogni paziente ha il suo stile nell’esprimere l’emozione della rabbia. Manifestazioni evidenti o appena percepibili, intense o sommesse, dirette ad elementi esterni o interni al setting terapico, costanti o saltuarie.

Le emozioni espresse dai pazienti ci colpiscono. Utilizzo il verbo colpire in una accezione non metaforica, ma concretamente psicofisiologica. I “sensi” della nostra mente sono stimolati e ci danno informazioni.

Uno stimolo “fisico” può essere appena percepibile, chiaramente percepibile e talmente intenso da sovrastimolare e inibire o danneggiare l’organo stesso.

E così l’espressione della rabbia può essere appena percepibile, chiaramente percepibile e talmente intensa da non permetterci più di pensare.

Quando i segni o gli “indizi” della rabbia sono appena percepibili rischiamo di sottovalutarli. Ma come le immagini subliminali raggiungono il nostro cervello anche se non ne siamo coscienti, anche questi frammenti di informazione raggiungono la nostra mente.

L’accumulazione di questi elementi non mentalizzati ci porterà:

  • A sentirci meno connessi e sintonizzati con il paziente
  • Ad essere meno attenti e più soggetti a brevi momenti di disempatia
  • A stabilire una distanza disfunzionale dal paziente
  • A irrigidirci e a disinvestire nella relazione.

Quando l’espressione della rabbia è chiaramente percepibile, le informazioni che arrivano alla nostra mente sono, in un certo senso, più riconoscibili e utilizzabili. Tuttavia, l’utilizzo che ne faremo dipenderà molto sia dal nostro assetto psichico generale, sia dal nostro specifico e particolare rapporto con l’emozione della rabbia. Ad esempio: quanto siamo in grado di riconoscere la nostra rabbia? come la gestiamo? come ci sentiamo quando gli altri si arrabbiano con noi?

  • Se siamo abituati a reprimerla perché è una emozione che ci destabilizza, potremmo reprimere e inibire l’espressione di quella del paziente
  • Se siamo abituati a disconoscerla, potremmo negare il valore ed il significato di quella del paziente
  • Se non tolleriamo dinamiche nelle quali l’altro cerca di prendere il sopravvento (e chi è arrabbiato tende a farlo), potremmo sottometterci o cercare forzatamente di ristabilire l’equilibrio; potremmo anche essere spaventati e sperimentare momenti di “congelamento” nei quali diventeremmo passivi, assumendo quasi una posizione da spettatore.

Quando la rabbia espressa dal paziente è molto intensa, il nostro apparato mentale viene sottoposto ad un forte stress. Le reazioni controtransferali del terapeuta potranno essere caratterizzate da un minor tasso di mentalizzazione, perché lo stato emotivo del paziente sarà più intrusivo nelle sue manifestazioni dirette, verbali e non verbali, ma intrusivo soprattutto da un punto di vista proiettivo. Se il terapeuta assume inconsciamente una posizione difensiva, le sue possibilità di gestire lo stato d’animo e mentale del paziente diminuiscono drasticamente. La conseguenza è che cercherà di “parare” o “schivare” quelli che sente come attacchi al proprio sistema mentale, al proprio Sé, alla propria integrità psichica.

Le reazioni controtransferali del terapeuta saranno le stesse di quelle degli “stadi” precedenti, ma di intensità maggiore. Il terapeuta slitterà sempre di più verso la simmetria con il paziente. La sua mente non avrà più spazio per accogliere l’”altro” e si sentirà palesemente aggredito.

In funzione della propria personalità e delle proprie risorse potrà controtransferalmente:

  • Cercare di calmare il paziente. Tuttavia, poiché la capacità di mentalizzare è già compromessa, questo tentativo spesso fallisce
  • Rispondere a quella che sente come aggressione con altrettanta aggressività. Ad esempio, utilizzando in maniera respingente un’interpretazione, attraverso espressioni sarcastiche, pretendendo che il paziente capisca magicamente il motivo che lo spinge a sentire quella intensa rabbia, rimproverandolo, etc. Ovviamente queste “manovre” non faranno che aumentare l’assetto simmetrico del terapeuta verso il paziente
  • Provare livelli intensi di paura. Questo accade quando la posizione di congelamento, che nello “stadio” precedente è più transitoria, diventa stabile. Il terapeuta cerca di sfuggire all’emozione del paziente ritirandosi profondamente dentro di sé
  • Arrendersi. Se il terapeuta sente di aver fatto tutto il possibile o di non poter fare altro, lascia il paziente a se stesso, aspettando che il tempo dell’incontro (o della terapia) finisca.

Aggiungiamo un altro tassello alla riflessione su questo argomento. Potremmo pensare al fenomeno del transfert – controtransfert come attivo solo durante gli incontri con il paziente. Tuttavia, il paziente ha una rappresentazione mentale della sua relazione con il terapeuta, come il terapeuta ha una sua rappresentazione mentale della sua relazione con il paziente. Il “dialogo” tra terapeuta e paziente nella mente di entrambi è presente anche quando non sono coinvolti in una interazione diretta.

Esiste quindi una dimensione controtransferale del terapeuta che gestisce la rabbia del paziente anche quando non è in relazione diretta con lui. E quindi: quando finisce la seduta con il paziente che esprime intensi livelli di rabbia, come gestiamo il nostro vissuto conseguente a quella particolare relazione?

Se abbiamo subito in maniera consistente gli effetti della sua rabbia, potrà essere comunque difficile recuperare un assetto mentalizzante per comprendere quello che è successo durante la seduta. Potremo oscillare tra sentimenti di ostilità verso il paziente e sensi di colpa per non essere riusciti a gestire la relazione diversamente, quindi tra rabbia e senso di inutilità.

Spesso il terapeuta esprime reazioni controtransferali trasversali ai tre “stadi”. Sia perché il paziente non esprime costantemente gli stessi livelli di rabbia, sia perché il terapeuta conserva, in momenti diversi, quote variabili di mentalizzazione.

Quando ci troviamo di fronte a pazienti che esprimono intensi livelli di rabbia, rischiamo di trovarci nella stessa condizione dei prigionieri del mito della caverna d i Platone, che sono costretti a guardare le pareti della caverna sulla quale viene proiettato ciò che accade al di fuori del proprio campo visivo. Quello che ci costringe in una determinata posizione relazionale con il paziente che esprime la rabbia, è la perduta capacità di renderci conto di quello che sta succedendo, proprio perché la nostra attenzione viene calamitata dalla sua rabbia. Il campo intersoggettivo diventa la parete della grotta e le uniche “immagini mentali” distinguibili sono connotate da questa emozione. E’ il protrarsi di questa dinamica che fa sentire il terapeuta ferito e, soprattutto, il paziente nuovamente come aggressore o non in diritto di avere un suo ruolo riconosciuto dall’”altro” nelle relazioni.

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